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20 agosto - 6 settembre 2026 - Visita di Madre M. Luisa Carminati, Sr. Edivane M. Patrocinio Dos Santos e Don Vincent Pallippadan
Maumere ci ha visitati
Quattro giorni di viaggio. Pochi minuti per riconoscere ciò che Dio aveva già preparato. Quattro giorni per raggiungere la comunità delle Figlie della Madonna del Divino Amore di Maumere e quattro per rientrare in Italia. E in mezzo, giorni così intensi da far dimenticare la fatica del cammino, come se il tempo avesse scelto di farsi dono. Siamo stati accolti dalla comunità di Maumere con canti, danze e il gesto delicato dell’Huler Wair: un selendang di tessuto tradizionale viene posto al collo di chi arriva, quasi a dirgli, prima ancora delle parole: «Sei il benvenuto. Ora sei dei nostri». E in quel gesto c’era una verità più grande: non diventavamo “dei nostri” in quel momento; lo eravamo già. La cultura locale ci offriva il suo modo più bello per dirlo. A fare festa erano tutte: suore, novizie, aspiranti e postulanti. Alla guida delle comunità, Sr. Bincy e Sr. Jisha hanno accompagnato con grande attenzione tutti i giorni della visita, con una presenza premurosa e sempre attenta alle necessità. Insieme a tutte le consorelle, hanno fatto di quei giorni un’esperienza di autentica fraternità, condivisione e gioia. E subito ci è apparsa una delle caratteristiche che più colpiscono di questa terra: la gioia che si irradia dai volti e la dolcezza con cui si accoglie l’altro. Abbiamo incontrato un’attenzione concreta verso chi arriva, soprattutto verso chi viene da un’altra cultura. Ma qui l’accoglienza non creava un legame: lo riconosceva e lo celebrava. Chi arriva non diventa parte della famiglia: è già parte della famiglia. La visita è coincisa con momenti particolarmente belli della nostra comunità: la prima professione religiosa di tre giovani consorelle e l’ingresso in noviziato di due postulanti. Sono stati giorni nei quali abbiamo potuto contemplare, quasi tutto insieme, il cammino di una vocazione: dal primo sì fino alla consacrazione. Come se la vita, in poche ore, mostrasse il suo disegno intero: la chiamata, la risposta, la consegna. Quando arriva una celebrazione importante, le comunità religiose — maschili e femminili — e i parrocchiani si mobilitano. Chi prepara, chi decora, chi cucina, chi anima la liturgia, chi presta ciò che serve, chi semplicemente si rende disponibile. L’unica domanda è: «Di che cosa c’è bisogno?». È difficile non riconoscere qui un volto molto concreto della sinodalità: camminare insieme, mettere a disposizione i propri doni e considerare la gioia dell’altro come una gioia condivisa. Non c’è protagonismo, non c’è competizione: c’è un popolo che si prende cura di un momento di grazia. In questo stesso clima di vita condivisa si è collocato anche un altro momento significativo della visita: la posa della prima pietra della futura Casa della Madonna del Divino Amore. Dopo la costruzione della scuola, ormai terminata, questo nuovo passo ha assunto per noi un significato particolare: non semplicemente l’avvio di un’opera edilizia, ma l’inizio di una casa destinata ad accogliere la vita, la formazione e la missione delle nostre consorelle. In quel gesto semplice della prima pietra sembrava risuonare la parola del Salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 127,1). È una parola che restituisce ogni progetto alla sua sorgente: possiamo progettare, lavorare, costruire e mettere a disposizione tutte le nostre forze, ma la casa che davvero desideriamo costruire è quella che Dio stesso abita e rende feconda. La prima pietra, allora, non era soltanto l’inizio di un edificio: era un affidamento. Un modo per dire ancora una volta che la presenza della nostra famiglia religiosa in Indonesia appartiene prima di tutto a Dio. A Maumere ci ha colpito anche la presenza numerosa della vita consacrata, maschile e femminile. È una realtà ecclesiale viva, visibile, profondamente inserita nella vita della Chiesa locale. Abbiamo incontrato giovani che si affacciano alla vita consacrata, iniziano un discernimento, entrano in formazione e fanno i primi passi verso la professione. Per noi, che proveniamo da realtà ecclesiali dove le vocazioni sono diventate rare, questo suscita meraviglia. Ma anche una domanda. Che cosa sta ricevendo la Chiesa universale da questa Chiesa “giovane”? E che cosa è chiamata a restituire? Perché il dono, se è veramente dono, non può essere a senso unico. Non si riceve per accumulare, ma per imparare a dare. La speranza è che la crescita delle vocazioni vada di pari passo con una presenza sempre più feconda della vita consacrata nella società: nell’educazione, nella pastorale, nella cura dei più fragili, nella formazione e nella promozione integrale della persona. Che tante vocazioni significhino anche tanta vita donata. Non numeri, ma testimonianze; non statistiche, ma ferite sanate, pane spezzato, speranza seminata. Per noi, la presenza di don Vincent si è rivelata particolarmente preziosa. La sua guida durante il lungo viaggio e, soprattutto, le sue conversazioni spirituali, gli incontri e le sue omelie hanno offerto a tutte momenti di profonda riflessione. Con un linguaggio ricco di saggezza e di simboli, capace di attirare l’attenzione e di parlare al cuore, don Vincent ha saputo aprire spazi interiori nei quali le giovani potevano riscoprire il desiderio di Dio, delle «cose di lassù» (cf. Col 3,1), e la bellezza di una vita interamente orientata a Lui. Forse è proprio questa una delle grandi sfide che accompagna ogni vocazione: non soltanto entrare in una comunità, ma lasciarsi conquistare da Cristo. Non basta indossare un abito o pronunciare un sì: occorre che il cuore sia preso, plasmato, acceso del fuoco del Divino Amore. Da Maumere, ci rimane una domanda che vale per tutti: se la Chiesa dell’Indonesia sta offrendo alla Chiesa universale il dono di tante vocazioni, come possiamo fare perché questo dono diventi reciproco, costante e crescente? E insieme un augurio: che ogni giovane chiamata possa essere accompagnata con cura, pazienza e profondità, crescendo in tutte le dimensioni della propria persona — umana, spirituale, comunitaria, intellettuale e apostolica — fino a raggiungere, come ci ricorda san Paolo, «la misura della statura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). Forse, alla fine, è proprio questo che Maumere ci ha ricordato: una vocazione custodita bene non è soltanto una vocazione in più. È una vita in più capace di donarsi. E forse, in un tempo in cui tante cose sembrano consumarsi in fretta, questa è la notizia più bella: c’è ancora chi dice sì, e quel sì diventa casa per molti. Non basta questo piccolo spazio per dirlo tutto, perché certe visite non si raccontano: si portano dentro. Maumere ci ha visitati. Grazie, Maumere! Ave Maria!
Sr. Edivane Myriam
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